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VERBANIA – 20-02-2020 -- Il copione è quasi da film,

un po’ in stile “I guerrieri della notte” e un po’ (fortunatamente non nelle conseguenze fisiche) “Arancia meccanica”. È la storia, accaduta tra il 28 e il 29 novembre 2016 a Baceno e Pieve Vergonte, di due gruppi di giovani che hanno pensato di risolvere con le maniere forti una questione di cuore e di onore. Da un lato ci sono i cusiani, una mezza dozzina di ragazzi under 30 di Omegna tra i quali uno, allora diciannovenne, che s’era appena lasciato con la ragazza. E che, dopo la rottura, le aveva chiesto indietro i regali che le aveva fatto. Lei, ossolana, ne aveva parlato al nuovo fidanzato. Fu così che la sera del 28 novembre fu fissato a Baceno un incontro che avrebbe dovuto essere chiarificatore. L’ex era salito dal Cusio insieme a due amici al volante di una Mini. Raggiunto il luogo indicato dalla ragazza -presente con un’amica-, un posteggio vicino a un parco, si videro sbucare davanti altri due giovani chiamati come rinforzo dagli ossolani. Scoppiò una rissa e, oltre ai pugni e ai calci, volarono anche due nani da giardino usati come armi improvvisate.

Per vendicare l’affronto, la sera dopo ci fu il raid, la spedizione punitiva. A Omegna si radunò una mezza dozzina di ragazzi che, a bordo di due auto, si diresse verso Pieve Vergonte, alla ricerca di uno degli aggressori di Baceno. Indossavano passamontagna, giacche pesanti militari, sciarpe e cappellini. Si portavano appresso mazze da baseball, tirapugni e sfollagente telescopico. Raggiunta la taverna dove sapevano avrebbero trovato i rivali, uno di loro bussò e, fingendosi un conoscente, si fece aprire. Il gruppo fece irruzione, identificò colui che la sera prima aveva menato le mani in Valle Antigorio e ci furono mazzate, pugni e calci. Una volta compiuta la vendetta, i cusiani tornarono a casa, lasciando dietro di sé cinque contusi. Nonostante l’uso delle armi, le ferite furono lievi: due dita d'una mano rotte, un paio di traumi cranici lievi, una ferita al cuoio capelluto, tagli poco profondi. Nessuno di loro sporse denuncia, ma il medico del Dea che li visitò e alla quale raccontarono d'essere stati aggrediti, allertò le forze dell’ordine.

L’indagine condotta dalla polizia ha portato all’identificazione di 10 ragazzi, 7 cusiani e 3 ossolani, accusati a vario titolo di violazione di domicilio, lesioni aggravate e possesso ingiustificato di oggetti atti a offendere per chi effettuò il raid del 29 novembre a Pieve Vergonte; e rissa per i partecipanti della zuffa di Baceno. In sette hanno patteggiato in udienza preliminare pene che vanno da una multa (per la rissa) all’anno (per lesioni, violazione di domicilio e l’uso delle mazze da baseball e del tirapugni); uno è stato prosciolto nella stessa sede mentre due cusiani hanno scelto il rito ordinario e il dibattimento. Oggi il giudice Annalisa Palomba li ha assolti dalle accuse. Il primo, cui era contestata la rissa, la sera in cui ci fu la zuffa di Baceno rimase in auto e non vi prese parte. Il secondo, che doveva rispondere del raid punitivo, è risultato estraneo ai fatti. Nessuno l’ha riconosciuto e il compagno reo confesso non l’ha collocato sul luogo dell’irruzione. Lo legava all’episodio solo un contatto telefonico avvenuto prima della partenza di Omegna, quando gli aggressori cercavano di capire dove fosse di preciso la taverna. “Ho prestato il telefono a un amico” – s’è difeso l’imputato, che ha convinto il giudice. Del resto anche il pm Anna Maria Rossi aveva chiesto l’assoluzione, anche se per la mancanza di prove.