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BELGIRATE - 27-01-2021 -- “Non sono nazista e non lo sono mai stata”. Inizia così la lettera aperta con cui Veronica Galluzzo, la giornalista finita nella bufera per il “caso” sorto attorno ad alcune foto postate su Facebook e criticamente rilanciate dall’ex sindaco di Belgirate Flavia Filippi, si difende da quelle che chiama “accuse ignobili”. La vicenda è vecchia di quasi tre anni ma è tornata d’attualità l’altro ieri, quando il Tribunale di Verbania ha assolto dall’accusa di diffamazione aggravata Filippi, respingendo la richiesta di risarcimento della giornalista, che l’aveva denunciata e che s’era costituita parte civile.

Nel processo s’è tornato a parlare di quelle due foto postate sul proprio profilo: il cancello d’ingresso del campo di concentramento di Buchenwald e una torta di compleanno con la svastica a una tavola circondata da bambini. Quando la consigliera di minoranza, andando a vedere sul social network chi fosse la professionista vincitrice del bando di addetto stampa del comune di Belgirate, notò le immagini, scrisse a sua volta un post stigmatizzando questo fatto e, attribuendo alla giornalista simpatie sconvenienti per un comune fieramente antifascista (Filippi è anche presidente dell’Anpi del Vergante), criticò la scelta. Scoppiò un putiferio, Galluzzo rinunciò all’incarico ma presentò querela.

L’esito è quello già detto. La coda è lo sfogo della professionista. “Mi trovo nella spiacevole condizione di dovermi rivolgere ai giornali per difendermi da accuse ignobili. Non l’ho mai voluto, pur avendo tutte le capacità e possibilità per farlo, perché non credo che certe battaglie vadano combattute sulla carta stampata. Ma non posso più tollerare ciò che viene associato al mio nome, dunque sono oggi ad alzare la voce anche io, perché ho capito che, in certi casi, vince chi è più vicino al microfono e riesce a far sentire la propria voce sopra quella degli altri.

Da quando la politica locale ha acceso i riflettori su di me, mi devo continuamente giustificare difronte ad accuse di essere nazista, nazifascista, fascista, antisemita, notizie false create ad arte per fare opposizione politica. Ho sempre affermato con forza la mia estraneità a tali affermazioni e continuerò a farlo, sempre, perché sono consapevole è impossibile placare quei pettegolezzi che oggi chiamiamo di fake news. Non vi è mai stato il dubbio sulla mia estraneità in merito a queste accuse, anche quando il clamore mediatico mi ha investito e il mio nome insieme alla pubblicazione di due foto incriminate è arrivato in Parlamento.

Non ho mai ricevuto, infatti, denunce a mio carico di nessun genere, nonostante, anche in tempi recentissimi, hanno suggerito che io abbia infranto una legge, la cosiddetta Legge Mancino sull’apologia del fascismo. E allora mi chiedo come sia possibile che una semplice cittadina come me, che commette un reato penale non sia stata querelata da nessuno. Né da chi si è fatto paladino dell’antifascismo segnalando le foto, né da chi mi ha reso protagonista di un’interrogazione parlamentare, né dal Parlamento stesso. Neppure la Procura.

Nessuno ha mai pensato di condannarmi o di incriminarmi per un reato che, sappiamo bene, è molto grave. Allora perché continuate a chiamarmi nazista? Mi chiamano nazista ma sono una sostenitrice del movimento LGBTQI+ e sul mio profilo social ci sono foto della mia partecipazione a numerosi eventi del movimento, ma guarda caso quelle non le ha viste nessuno. Mi chiamano nazista ma mi sono fatta promotrice, in un comune vergantino, di due edizioni di una festa multietnica che puntava all’integrazione e allo scambio culturale. In ultimo, mi chiamano nazista ma non sanno che ho lavorato nell’ufficio stampa di una pubblica amministrazione guidata da un esponente del Pd novarese.

Sono finita in un gioco politico. Hanno preso delle immagini dalla mia pagina personale di Facebook per attribuirgli un significato controverso e mi hanno accusata di non conoscere la storia. Io la storia la conosco bene, soprattutto quella contemporanea e anche quella politica”.